Testo e foto di Diego Romeo
La capinera di Giovanni Verga al Teatro Pirandello e la capinera di Alfonso Gueli al Circolo Empedocleo.. E’ un caso ,una congiuntura astrale che due donne in gabbia nell’ascolto di se stesse scorrano sulla scena di una città “capitale” che si dibatte nel difficile “ascolto” di una cultura detenuta dai magnanimi lombi che popolano il sinedrio politico?
Al Pirandello c’è il grande Enrico Guarneri che interpreta l’odioso ruolo del padre e l’orfana (Maria) Nadia De luca adeguata interprete di una fanciulla rinchiusa in tenera età in un convento tra suorine acide e salmodianti. Tutto si svolge in un luogo chiuso e concluso che richiama l’universo concentrazionario, l’istituzione totale come le carceri, il manicomio e il cimitero. La messinscena è il riadattamento di Micaela Miano con la regia di Guglielmo Ferro che fa emergere il rigido “ impianto culturale e umano delle famiglie dell’epoca”.. E come ogni lettore potrà comprendere, qui ci troviamo sulla verticale della sfida impossibile tra parola e immagine. Lo spettatore più avvertito si chiederà semplicemente se era meglio il libro, oppure riandando al celebre film di Zeffirelli se era meglio la trasposizione cinematografica? Francamente noi preferiamo il libro e il film.. Altro universo femminile al Circolo Empedocleo dove lo scrittore agrigentino Alfonso Gueli che da circa un decennio è riuscito a creare una sua compagnia teatrale porta sulla scena un profilo di femminilità inquieta, interrogante se stessa con la potenza vicariante del “sesto senso” che a detta degli “osservatori” è una prerogativa tutta femminile.
Gueli ci riprova una seconda volta dopo “Una donna che ha paura” in scena un anno fa al “TeatranimaHub” che da par suo da alcuni anni offre un altrettanto inquieto spaccato teatrale e dove recentemente si è visto Lia Rocco e Salvo Di Salvo in una carrellata poetica di amori esclusivi e celestiali, lontanissimi da Tony Effe. In questa seconda puntata l’interprete è Lina Roberta Gueli Se prima una donna che ha paura tentava di “esplorare il proprio mondo e la propria esistenza senza eccessive illusioni ma con un insopprimibile amore per la vita”, in questo “Tracce di colore su tela bianca” l’insopprimibile amore per la vita esplode al ralenti in 45 minuti. Lia Roberta è adattissima al ruolo ritagliatogli da Gueli “E’ consapevole delle incoerenze che la inducono a dibattersi tra desideri confusi, convinzioni puntualmente rinnegate, voglia di superare i limiti del banale e dello scontato per proiettarsi in un “altrove” che la gratifichi e la faccia sentire vera. Per un attimo accarezza idee che un momento dopo le sembrano assurde, e allora torna indietro, si sdoppia, si guarda intorno e non trova un punto fermo a cui aggrapparsi”.
Qui c’è una tela bianca da colmare, spauracchio di artisti e pittori consapevoli che le pareti sono già tutte affrescate ma altrettanto consapevole è l’nterprete che attraverso una pennellata di colore si può e si deve “lasciare una traccia di sé e della propria fragilità su quella grande tela bianca che è la vita: macchie di colore che potrebbero spazzare via il grigiore di una realtà asfittica e lasciare un segno di sé e della propria esistenza”. Una ritrovata voglia di agire cui certamente lo scrittore Gueli vorrà dedicare una terza commedia, quasi una trilogia dell’inquietudine.







